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Lifestyle business come modello di innovazione per l’Italia

Per chi come me lavora nel settore dell’Information Technology, dell’innovazione e di internet, il sogno ricorrente è quello di creare start up di successo, che incidano sulla vita delle persone nella quotidianità. I modelli a cui fare riferimento sono sempre quelli d’oltre oceano.

 Si chiamano Google, Twitter, Facebook e hanno un denominatore comune: richiedono dei finanziatori e una propensione al rischio ben strutturata. Questo tipo di aziende puntano a essere delle ‘billion dollar company’ e proprio per questo hanno un altissimo tasso di insuccesso. Per ognuna di esse prima o poi diventa fondamentale installare il proprio quartier generale in Silicon Valley, perché lì si trovano i capitali importanti e i venture capital pronti a rischiare su qualche centinaia di idee, senza temere che parte degli investimenti non vadano a buon fine.

Iniziative con piani di crescita molto ambiziosi, come quelle citati in precedenza, hanno diversi fattori in comune. Per esempio richiedono generalmente decine di milioni di dollari di investimento prima di poter generare ricavi di un qualche tipo. Nella gran parte dei casi il percorso che porta alla definizione di un business plan convincente, dura anni.

 Per alcuni quel momento non arriva mai: definire con precisione come si intende portare l’azienda ad avere un profitto fornisce agli analisti degli strumenti più concreti per valorizzare l’azienda: un passo importante e rischioso al tempo stesso. Molte delle iniziative di questo genere non giungeranno mai ad uno stadio di maturazione così spinto ma alcune, pochissime, lo faranno e avranno una quotazione in Borsa (Ipo) strabiliante.

Un ingresso in Borsa come quello di Google fa dimenticare migliaia, a volte milioni, di start up fallite prima del grande passo. Per quanto emozionante e ricco di adrenalina, questo non è l’unico modo per essere un attore della rete. Sempre più frequentemente si stanno imponendo modelli di piccola impresa, che sviluppando un’idea di prodotto o di servizio, vedono fin da subito il mondo come potenziale cliente e fanno leva sulle potenzialità di internet per moltiplicare le vendite. Queste iniziative vanno sotto il nome di ‘lifetime business’.

Il loro fine non è un Ipo di successo, non è l’acquisizione da parte di Google o di Microsoft, ma la possibilità di rendersi indipendenti fornendo servizi alle imprese di tutto il mondo e avendo internet come unica vetrina.

Gli obiettivi che un’iniziativa di lifestyle business normalmente si pone, sul fronte dei ricavi attesi, sono tutto sommato abbastanza modesti: possono tipicamente variare tra 100mila dollari e un milione di dollari l’anno (per i più fortunati si parla di qualche milione). La costante di queste iniziative è un’estrema attenzione nel mantenere piccola (molto piccola) la struttura. L’obiettivo non è far crescere a dismisura il numero di persone in azienda, ma riuscire a governare un business di rilievo con poche, anzi pochissime risorse. Una ricetta vincente, specialmente in tempi di difficoltà come quelli attuali. In questi ambiti esistono ottime referenze di mercato sia negli Stati Uniti, che (udite udite) in Italia (basti guardare il successo che Balsamiq.com e il suo fondatore Giacomo “Peldi” Giulizzoni sta avendo in tutto il mondo).

 Le lifestyle business startup hanno delle caratteristiche fondamentali che le accomunano: possono per lo più essere avviate anche mantenendo la propria occupazione di giorno; richiedono un forte investimento di energie e tempo; non richiedono grandi capitali; terziarizzano su internet molte delle attività accessorie; sono appassionate dei propri clienti; hanno un design essenziale ed efficace; vedono il mondo intero come mercato target; lavorano costantemente per proteggere il proprio modello di business, evitando tutto l’inessenziale (impariamo a dire no); coltivano in prima persona la propria comunità di utenti; non sono alla ricerca di una ‘exit strategy’.

Oltre a queste caratteristiche, esiste un fattore di successo costante e immutabile che le differenzia dai giganti del software: la ricerca continua della semplicità. Queste iniziative hanno compreso che non è possibile battere le corporation sul loro stesso piano, sfornando prodotti sempre più articolati, sofisticati e complessi il cui fine ultimo è indurre il cliente ad acquistare l’aggiornamento successivo.

Le grandi fabbriche di innovazione e tecnologia di tutto il mondo possono essere ‘sconfitte’ solo andando nella direzione paradossalmente opposta. Diventa quindi ‘less is more’, come amava ripetere Mies Van De Rohe, il mantra attorno al quale focalizzare la propria energia creativa e la voglia essere imprenditori.

Queste startup stanno scoprendo un modo radicalmente diverso di cambiare il mondo, basato sulla semplicità e sulla capacità di sintetizzarne l’essenza in un prodotto facile da usare e utile al di là di ogni aspettativa.

Esistono diverse aziende che possono vantare il primato di aver sdoganato questo genere di concetti sul mercato, ma tra loro a mio parere ne esiste una che più di ogni altra ha tracciato con forza il cammino, trascinando con sé molte altre realtà.

La giovane azienda a cui mi riferisco si chiama 37signals e ha sede a Chicago, nell’Illinois. Quest’azienda nasce come piccolo laboratorio di web design alla fine degli anni ’90, fondata da Jason Fried, giovane economista con la passione per il design e la rete, convinto sostenitore del fatto che il software classico sia troppo complesso, pieno di “astrazioni” (come ama ripetere) e funzioni inutili, che invece di aiutare l’utente lo distraggono dai problemi reali.

37signals, come spesso accade alle aziende di piccole dimensioni, comprende che per fare la differenza deve munirsi di strumenti più efficiaci di quelli della concorrenza, strumenti che riflettano l’approccio innovativo che hanno nei confronti del business. Nasce così Basecamp un’applicazione accessibile via browser che consente a un team geograficamente distribuito di migliorare la comunicazione e il coordinamento di progetto.

Il sistema viene realizzato part-time da un programmatore danese, David Heinemeier Hansson, utilizzando un linguaggio di programmazione, proveniente dal Giappone e sconosciuto ai più, denominato Ruby.

Il genio creativo di David Heinemeier Hansson o DHH, come viene chiamato in rete, produce molto di più che un semplice prodotto di project management. Il suo sforzo durato qualche mese di lavoro, genera anche un impianto software, un framework, denominato Ruby On Rails che 37signals decide di rilasciare in open source nel 2004.

Questa scelta lungimirante genera una comunità di migliaia di programmatori pronti a seguirne l’evoluzione, contribuendo con migliaia di giorni uomo ogni anno. David diventerà partner di 37signals nel 2005 trasferendo al contempo la propria dimora da Copenhagen a Chicago.

Oggi Ruby On Rails è alla base fondante di numerose aziende di successo che operano su internet come YellowPages.com e Twitter.

Anch’io con Wave Group, l’azienda che ho fondato con altri tre imprenditori bresicani, ho puntato molto su questa tecnologia, convinto che rappresenta una grande opportunità per incidere sensibilmente su tempi e costi legati alla realizzazione di iniziative web, dentro e fuori l’azienda.

 Il nostro investimento su questo fronte, iniziato nel 2006 con il lancio dell’iniziativa internazionale denominata GotThingsDone.com, con la quale abbiamo iniziato a percorrere i primi passi nell’ambito del lifestyle business lanciando WhoDoes (una web application in modalità software as a service) sul mercato. Ora dopo quasi tre anni dall’inizio di quest’avventura abbiamo capitalizzato moltissimo da quell’esperienza e ora ci sentiamo pronti per supportare altri che vogliano avventurarsi in quest’ambito. Il lifestyle business è fatto per l’Italia, per la creatività italiana.

 Essere infatti nella Silicon Valley, in questo caso, non rappresenta una reale discriminante per portare al successo l’iniziativa. In fondo ognuno di noi non ha bisogno di scontrarsi ogni giorno con l’aspettativa di realizzare un miliardo di dollari con la prossima start up. Come lo stesso DHH suggerisce nel corso di una presentazione tenuta in occasione della Start up School 2008 a Stanford: “anche un milione di dollari all’anno non sono poi così male”.

Realizzare un miliardo di dollari da un’iniziativa di business in rete è estremamente raro. Realizzare un milione di dollari all’anno è estremamente complesso, molto difficile, ma non impossibile. E’ sicuramente un obiettivo con il quale molte più persone si possono misurare in modo realistico. Questo non significa in nessun modo che sia facile o alla portata di tutti.

 Craig Newmark, fondatore di craiglist.org (un’autentico gioiello della rete nato nel 1999), dice qualcosa di interessante in proposito: “We both know some people who own more than a billion (dollars) and they’re not any the happier”. In un mercato dove l’obiettivo massimo è un milione di dollari l’anno ci possono essere molti vincitori.